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Altro che nostalgia: ecco perché la radio è ancora protagonista nell’era digitale

Dalle radio d’epoca alla donazione di Renzo Arbore, il nuovo allestimento del Museo della Radio e della Televisione Rai racconta un mezzo che non ha mai smesso di parlare alle persone.

«Amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente». Le parole di Eugenio Finardi, nella sua celebre canzone del 1976, racchiudono ancora oggi l’essenza di un mezzo di comunicazione che, nonostante l’evoluzione tecnologica e l’avvento del digitale, continua a occupare un posto speciale nella vita di milioni di persone.

È proprio la radio, con la sua capacità di informare, intrattenere e fare compagnia, una delle grandi protagoniste del rinnovato allestimento del Museo della Radio e della Televisione Rai di Torino, in via Verdi 16. Un percorso espositivo che intreccia memoria e innovazione, riportando alla luce apparecchi storici, oggetti iconici e testimonianze di un passato che continua a dialogare con il presente.

A rendere particolarmente significativa questa nuova tappa è la donazione di Renzo Arbore, autentico protagonista della storia radiofonica italiana. Si tratta di una Fada Model 1000 statunitense degli anni Quaranta, il primo apparecchio della sua collezione, acquistato dopo averlo cercato a lungo tra Los Angeles e New York. Un oggetto dal design Art Déco che rappresenta molto più di una rarità da collezione: racconta una passione personale e, insieme, il fascino intramontabile della radio.

Arbore, intervenuto telefonicamente alla presentazione, ne ha sottolineato l’attualità con parole che fotografano perfettamente il ruolo del mezzo nella società contemporanea: la radio «fa compagnia, senza disturbare», può essere ascoltata mentre si svolgono altre attività ed è uno strumento «velocissimo e insostituibile». Una riflessione che mette in luce una delle sue qualità più importanti: la capacità di essere presente senza chiedere un’attenzione esclusiva, accompagnando gli ascoltatori in auto, al lavoro, in casa o durante il tempo libero.

La radio, insomma, non vive soltanto nei ricordi di chi ha attraversato le stagioni d’oro della radiodiffusione. Continua a conquistare pubblici diversi grazie alla sua immediatezza, alla facilità di fruizione e a un rapporto diretto con chi ascolta. Una versatilità che le ha permesso di superare le trasformazioni tecnologiche e di mantenere una propria identità anche nell’era degli schermi e della connessione permanente.

Dalle voci del passato alle nuove esperienze

Il nuovo allestimento del Museo Rai invita a riscoprire questo patrimonio attraverso apparecchi d’epoca funzionanti, capaci di restituire suoni e atmosfere di altre epoche. Tra le novità spicca il registratore magnetico Lorenz del 1936, con nastro d’acciaio, riportato alla piena funzionalità grazie all’intervento dell’AIRE Piemonte, l’Associazione Italiana Radio d’Epoca.

Sempre grazie a questa collaborazione viene presentata al pubblico la ricostruzione della cosiddetta «radio a gavetta», che si aggiunge agli apparecchi del percorso «Radio della speranza». Si tratta di testimonianze dell’ingegno degli internati militari italiani durante la Seconda guerra mondiale, capaci di costruire strumenti per mantenere un contatto con il mondo anche nelle condizioni più difficili.

Accanto alla radio, il museo celebra la storia della televisione e dello spettacolo italiano attraverso abiti originali indossati da protagonisti come Mina, le gemelle Kessler, Patty Pravo, Corrado, Heather Parisi, Lorella Cuccarini e Rita Pavone. Un viaggio nella memoria collettiva che restituisce il clima di stagioni televisive entrate nell’immaginario di intere generazioni.

Il percorso guarda però anche al futuro: nuove esperienze interattive consentono ai visitatori di mettersi alla prova come cantanti, inviati di un telegiornale spaziale o conduttori televisivi, mentre strumenti dedicati all’accessibilità, tra cui avatar in Lingua dei Segni Italiana e video interpretati da performer LIS, rendono la visita più inclusiva.

Il messaggio che emerge è chiaro: conservare la memoria non significa fermarsi al passato, ma renderla viva e accessibile, soprattutto alle nuove generazioni.

E in questo racconto la radio conserva un ruolo speciale. Cambiano gli apparecchi, le modalità di ascolto e le tecnologie, ma resta intatta la sua capacità di avvicinare le persone attraverso una voce, una notizia o una canzone. È forse questo il segreto della sua longevità: essere un mezzo semplice e immediato, ma capace di creare una relazione autentica con chi ascolta.

Al Museo Rai di Torino, dunque, la radio non è soltanto un pezzo di storia da ammirare dietro una vetrina. È la testimonianza di una grande protagonista della comunicazione che, ancora oggi, continua a raccontare il mondo e a farci compagnia.

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