Il patto della strada
La sicurezza stradale non è una questione di fortuna, ma di responsabilità. Perché ogni volta che ci mettiamo in strada stringiamo un patto con gli altri.
Qualche giorno fa, a Milano, in occasione del prestigioso Premio Auto Europa 2027, Paolo Artemi, giornalista e Vice Presidente di UIGA, ha fatto uno dei suoi interventi appassionati e coinvolgenti. Lo conosco da anni e so quanto sappia mettere entusiasmo e convinzione nelle cose in cui crede.
Ha presentato il suo instant book “2050. Basta morti sulle strade”, scritto insieme a Evasio Pasini, medico e membro del Rotary Club Brescia Est, e pubblicato da Egaf nel maggio 2026: un saggio di attualità e analisi sociale che guarda al 2050, l’orizzonte fissato dall’Europa per arrivare a zero vittime sulle strade. Non un manuale per addetti ai lavori, ma un invito a ripensare il nostro modo di vivere la strada.
Tra le riflessioni di Artemi, una mi è rimasta particolarmente impressa: «Quando ci mettiamo in strada stringiamo un patto con gli altri». Un patto di responsabilità, rispetto e attenzione reciproca.
Ha richiamato l’attenzione anche sull’uso improprio della parola “disgrazia”. Dietro tanti incidenti non c’è necessariamente una fatalità, ma comportamenti umani: errori, distrazioni, imprudenze. Conseguenze che spesso si sarebbero potute evitare.
Mi sei venuto in mente oggi, caro Paolo.
Stavo uscendo dal garage, a passo di lumaca, come faccio sempre: avanzavo lentamente con il muso della mia Jeep per guadagnare la visuale necessaria sul passo carraio. Proprio mentre stavo per ripartire, una signora in bicicletta mi è sbucata davanti come un fulmine, completamente contromano.
Ho inchiodato. Sul sedile è volato tutto quello che avevo appoggiato. Lei ha sbandato paurosamente, cercando di evitarmi e di mantenere l’equilibrio. Non aveva neppure il caschetto.
L’ho guardata senza proferire parola. Ho solo allargato le braccia, con quel gesto che non ha bisogno di traduzione: «Si rende conto di quello che sarebbe potuto succedere?»
Lei, spaventata, ha cominciato a scusarsi. Una volta, due, tre, infinite volte. Io ero attonita. Non ho avuto voglia di discutere. Ho ripensato alla scena per tutta la giornata: bastava così poco perché diventasse qualcosa di drammatico.
Se fosse successo, qualcuno l’avrebbe chiamata disgrazia. Non lo sarebbe stata affatto. Sarebbe stata una conseguenza evitabile.
Ed è per questo che ho ripensato alle tue parole, Paolo. A quel patto che troppo spesso diamo per scontato e che dovrebbe accompagnarci ogni volta che usciamo di casa. La strada non è un territorio privato, non è uno spazio in cui ciascuno può comportarsi come vuole, confidando nei riflessi degli altri o, peggio, nella fortuna. Automobilisti, ciclisti, motociclisti, pedoni: cambiano i mezzi, non cambia la responsabilità.
Episodi come questo spiegano meglio di tante statistiche quanto sia urgente il messaggio del libro di Artemi e Pasini. Il 2050 sembra lontano, ma il cambiamento deve cominciare subito. Quel patto, ricordato da Artemi durante l’incontro, deve diventare un comportamento quotidiano.
Perché sulla strada non siamo soli. E la vita degli altri non è una variabile trascurabile.


