Lo scontro vende. La cultura perde: l’ignoranza diventa spettacolo
Con un doverosamente umile «a mio giudizio», ritengo che alcune trasmissioni televisive “urlate” non andrebbero proprio guardate e, soprattutto, andrebbero disertate.
𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐭𝐚𝐥𝐤 𝐬𝐡𝐨𝐰 𝐯𝐞𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐛𝐞𝐧 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐢𝐬𝐨: 𝐥𝐨 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨.
Lo scontro genera audience, l’audience attira gli sponsor e gli sponsor producono ricavi. Più provocazione, più delegittimazione dell’interlocutore, più indignazione: più share.
È una logica commerciale nella quale il confronto di idee rischia di diventare un semplice pretesto per confezionare uno spettacolo.
Oggi non ci sono più i gladiatori e i leoni nell’arena del Colosseo, ma il meccanismo è lo stesso: serve un carnefice, una vittima e un pubblico che assista, si schieri e si diverta.
In questo meccanismo, il merito delle questioni diventa secondario.
Non importa tanto capire chi abbia ragione, quanto assistere a qualcuno che mette in difficoltà qualcun altro. Si finisce per trasformare anche 𝐥’𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐜𝐨𝐥𝐨.
𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐨𝐭𝐭𝐨, 𝐝𝐮𝐧𝐪𝐮𝐞, 𝐞̀ 𝐥𝐨 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨.
𝐋𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞𝐧𝐳𝐚.
Un confronto autentico dovrebbe fornire strumenti per comprendere, distinguere il vero dal falso e formarsi un’opinione consapevole.
Uno spettacolo costruito sulla contrapposizione, invece, abitua a tifare per qualcuno, a detestare qualcun altro, a confondere la prepotenza con la competenza e l’umiliazione dell’avversario con la vittoria di un’idea.
Poco fa stavo guardando uno spezzone nel quale un interlocutore citava a sproposito articoli della Costituzione e il pensiero dei Padri costituenti.
Ebbene, non c’è stato uno, dico uno, degli altri presenti che si sia preso la briga di correggerlo con calma, educazione e precisione, citando gli articoli pertinenti e spiegandone il significato al pubblico televisivo.
Non sarebbe stata questa la vera utilità di un confronto pubblico? Non l’umiliazione di chi sbaglia, ma la possibilità di chiarire, argomentare e offrire a chi ascolta gli strumenti per comprendere.
Invece, nessuno ha colto — o voluto cogliere — quell’occasione. Non posso sapere perché. So, però, che è mancata proprio la parte più utile e divulgativa del dibattito: la spiegazione.
Perché correggere un’affermazione inesatta con competenza e rispetto non produce necessariamente lo spettacolo che ci si aspetta.
Non ha la stessa forza di un insulto, di una provocazione o di una risposta aggressiva.
Eppure è proprio lì che dovrebbe manifestarsi la qualità di chi sa davvero argomentare.
E quando questi frammenti vengono estrapolati e rilanciati sui social, il meccanismo si moltiplica: sopravvive la battuta, resta l’insulto, scompare il contesto.
La conoscenza non circola; circola la polemica.
Ecco perché da anni ritengo che certe trasmissioni andrebbero profondamente ripensate nelle loro dinamiche. Non per sottrarre spazio al confronto democratico, ma proprio per restituirgli dignità e funzione.
Il problema non è il dissenso, che è parte essenziale della democrazia. Il problema è trasformarlo in uno spettacolo nel quale prevalgono la provocazione, l’umiliazione dell’interlocutore e la ricerca della battuta a effetto, a scapito della comprensione e della qualità dell’informazione.
Spacciare lo scontro per dibattito è diseducativo.
Ma forse il vero successo di questo sistema è stato proprio riuscire a convincerci che tutto questo sia informazione.
Perché un pubblico diseducato, abituato a tifare anziché a ragionare, è anche un pubblico più facilmente manipolabile.
Umilmente Queen 👑

